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La geolocalizzazione della discordia

Negli ultimi giorni sulle pagine dei giornali nazionali sembra che tra i motivi di crisi internazionale, forse più della questione libanese o dei rifugiati, si è attirata su di sé gli occhi di tutti la Apple.

Due ricercatori Alasdair Allan e Pete Warden, hanno notato che dalla versione 4 in poi l’iOs di iPhone e iPad (nella sua versione 3G) tiene traccia di posizioni e movimenti dell’utente, e i dati vengono salvati in un file nascosto che resiste alla formattazione degli apparecchi. Non paghi i due hanno anche scritto un’applicazione per visualizzare graficamente questi dati su una mappa geografica, come se fosse il tracciato di una sessione di jogging.

Ovviamente la notizia si diffusa subito in tutto il mondo suscitando scandalo e indignazione, al punto tale che sembra che Francia, Germania e Italia si siano mosse in maniera ufficiale. Nel nostro paese si è mosso il garante della privacy mentre a Berlino è sceso in campo il governo in prima persona con il ministro per la Protezione dei consumatori, Ilse Aigner che ha chiesto spiegazioni.

A ciò si sono aggiunti anche i ragazzi di Wired che hanno fatto notare che il tracciamento della propria posizione è una prerogativa anche degli smartphone Android, il rivale più importante della casa di Cupertino, ma nel giro di poco tempo sono arrivate subito le dovute spiegazioni che fondamentalmente molti già sapevano: sia negli smartphone con iOs che con Android è l’utente a decidere se utilizzare la funzione di localizzazione e se una determinata app può accedervi o meno.

Ciò che almeno a me, sbalordisce più di tutto è perché tutto questo clamore? Perché si sta invocando la privacy quando vi è la corsa a mettere i mostra ogni singolo istante della nostra vita su Facebook con pochissime discriminazioni?

L’evoluzione del social networking sta andando sempre più verso la geolocalizzazione, che sarà funzionale in maniera bidirezionale sia al consumatore che al venditore grazie ad offerte personalizzate. Se non s’imporranno social network nuovi come Foursquare, inevitabilmente Facebook implementerà sempre più e in maniera migliore la sua funzione “places” e a quel punto tutti taggheranno la propria posizione felici e contenti. Perché spaventarsi?

La risposta è che adesso queste pratiche sociali sono ancora agli albori e in mano ad un popolazione di consumatori, ancora piccola che per lo più ha un uso direi semianalfabeta di queste device e delle loro app. Nel momento in cui saranno ampiamente diffuse e radicate nel nostro immaginario, ci starà chi s’indignerà con chi non vorrà farsi geolocalizzare.

In chiusura, sempre sul tema della privacy, vorrei segnalare la diatriba che si avuta tra la trasmissione di Rai3 Report e gli utenti della rete, imbufaliti per un’inchiesta sul mondo di Facebook. Non voglio tornare in merito alla questione però voglio rimandare ad una riflessione che mi trova pienamente d’accordo su Punto Informatico nella rubrica “Lampi di Cassandra” di Marco Calamari e sperare che il popolo della rete non diventi bue.

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  1. aprile 28, 2011 alle 5:06 pm

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